Di Ninni
Le riflessioni di don Domenico Spagnoli nella ricorrenza del “Te Deum” 2025
Te Deum
01/01/26

Abbiamo ascoltato ieri pomeriggio i 365 tocchi del campanone di Santa Maria che annunciavano alla città la solenne celebrazione del Te Deum. I segni del passato vorrebbero ancora parlare all’uomo di oggi. La campana, con la sua nota, convoca, richiama, scandisce un tempo per ricordare che non tutti i giorni sono uguali. Si avvicina un tempo da celebrare. La Messa, l’adorazione, la predicazione e il canto del Te Deum sottolineano un evento. Dalla storia sappiamo che questa funzione originariamente consisteva nel solenne canto dell’inno di ringraziamento per il ritorno nel 1707 del marchese don Cesare Michelangelo d’Avalos nei suoi feudi dopo sette anni di esilio a Vienna. A partire dal 1792 però si incentivò una cerimonia più articolata con l’aggiunta della predica voluta dal benefattore lombardo Giovanni Barbisio che lasciò alla chiesa un canone annuo di 17 ducati per sostenere le spese del predicatore. Da allora la nostra gente si ritrova anno dopo anno, per ringraziare Dio non solo con le parole ma con il canto, segno di letizia e di gratuità. Perché il tempo è quanto di più prezioso esista, più prezioso dell’oro, visto che non è il tempo reperibile in natura né lo si può produrre in laboratorio. Esso, che ci piaccia o no, è un dono che si può solo ricevere.

Beato l’uomo che sa fermarsi dunque, beato l’uomo che sa rallentare, beato l’uomo che riesce a contemplare il dono anzi i doni ricevuti nel tempo. Sempre più oggi gli uomini si rappresentano secondo il modello del “self-made man” (la persona che si costruisce da sola), dimenticando come la maggior parte delle cose le abbiano ricevute in dono e per vie misteriose. Basterebbe guardare il nostro ombelico per trovare le primitive tracce dell’essere appesi, dipesi, da un cordone ombelicale: “Tu non saresti proprio nulla se prima non avessi ricevuto e poi non avessi avuto opportunità di potenziare il dono”. Per questo dobbiamo essere grati, ma questa considerazione esige riflessione, pacatezza e umiltà: saremmo allora tutti più grati e capaci di gratuità. D’altronde una filosofa mistica del novecento, Simone Weil, ha scritto: «L’attenzione è la forma più rara e più preziosa della generosità» ma se non sappiamo più fermarci e riflettere, come potremo essere generosi verso noi stessi – volendoci bene – e verso gli altri? Non ci meraviglia che l’Oxford Dictionary ha selezionato come parola dell’anno 2025 “rage bait” (“esca per la rabbia”), riferendosi al fenomeno per cui, pur di catturare l’attenzione di chi transita sul web, si utilizza un contenuto online deliberatamente progettato per suscitare rabbia o indignazione attraverso un atteggiamento provocatorio o offensivo, pubblicato per aumentare il traffico: ti provoco rabbia, genero indignazione così tu sei coinvolto e compri. Senza accorgercene siamo immersi in un contesto di violenza in cui siamo indotti a pensare che bisogna stare sempre sulla difensiva, sempre spaventati, sempre preoccupati, sempre in guerra. C’è bisogno di pace, c’è bisogno di Vangelo – autentico e vissuto – c’è bisogno innanzitutto di disarmare i cuori.

Alla fine di un anno se non ti fermi ad ascoltare il tuo cuore, se non sai riconoscere la vita come una benedizione, se non ti rendi conto di far parte di una comunità e di aver ricevuto tanto dai fratelli, ti disumanizzi. Attenzione: gli animali sanno essere grati, gli uomini non sempre.

Eppure l’uomo, a differenza degli altri animali, ha un dono, il dono della parola che lo contraddistingue per esprimere non solo un bisogno o un pericolo (rispetto ad un comune verso) ma un pensiero più articolato, un ragionamento, una riflessione anche sulla vita, sulla morte e, ancor meglio, sull’alternativa alla violenza. Il canto del Te Deum – ricordiamolo – esprime lode, gratitudine e affidamento nella prima persona plurale. Noi ti lodiamo, noi ti proclamiamo, pietà di noi: insiemedobbiamo invocare il Signore per tutta l’umanità, sapendo che abbiamo una responsabilità su tutti i fratelli, anche su quelli che non conosciamo. Il cristiano prega per il mondo e ha a cuore il bene del mondo e, in questi giorni, invoca per tutti quel tesoro più prezioso che è la pace.

Papa Leone XIV nel messaggio inviato per la giornata mondiale della pace del 1° gennaio 2026 scrive: «Si tratta di un’esigenza che i discepoli di Gesù sono chiamati a vivere in modo unico e privilegiato, ma che per molte vie sa aprirsi un varco nel cuore di ogni essere umano. La pace esiste, vuole abitarci, ha il mite potere di illuminare e allargare l’intelligenza, resiste alla violenza e la vince. La pace ha il respiro dell’eterno:mentre al male si grida “basta”, alla pace si sussurra “per sempre”».

Ebbene tornando al tema della rabbia, se da un punto di vista commerciale viene utilizzata come benzina sul fuoco, da parte nostra deve essere disinnescata con la riflessione e la parola di luce. Purtroppo però poche persone si sono fermate e hanno celebrato in questi giorni la pace del Natale, visto che la maggior parte degli uomini e delle donne ha impiegato tempo per acquisti, tavolate, auguri fulminei ai familiari, cinema, viaggi e mercatini senza fermarsi un attimo a pregare o per partecipare alla S. Messa del Natale. Che centra tutto questo con la pace? Rispondo affermando che c’entra con la capacità di fermarsi a riflettere sul sensodelle cose che facciamo, c’entra con la gratitudine verso la Vita e verso Colui che si è fatto alleato e appassionato compagno di viaggio della fragilità dell’uomo. Celebrare il Natale è celebrare quel Signore che si è manifestato debole e disarmato perché noi ci avvicinassimo a Dio e imparassimo da Lui la nobile arte della parola che si fa carne nella vita con gli altri e al servizio degli altri, perché Gesù Bambino ci insegna che si diventa maturi quando ci si prende cura.  Sempre Papa Leone nel suo messaggio scrive: “«Pace in terra» cantano gli angeli, annunciando la presenza di un Dio senza difese, dal quale l’umanità può scoprirsi amata soltanto prendendosene cura (cfr Lc 2,13-14). Nulla ha la capacità di cambiarci quanto un figlio. E forse è proprio il pensiero ai nostri figli, ai bambini e anche a chi è fragile come loro, a trafiggerci il cuore (cfr At 2,37)”. L’uomo può imparare questa arte da Dio!

Con troppa facilità però l’uomo dimentica Dio e lo abbandona. Ma l’uomo che vive senza di Lui è forse più libero? È forse più emancipato e coraggioso? Dipende dall’immagine di quel Dio che si porta dentro: se un Dio fatto di dogmi e precetti o il Dio incarnato che ci ha rivelato Gesù Cristo. Il Vangelo è una ricchezza per l’umanità perché ci annuncia Colui che sempre ha le braccia aperte dalla mangiatoia alla Croce. Ci parla di un Dio che viene a cercare l’uomo che si è perduto e si sta facendo del male, ovunque esso si trovi, ebreo, musulmano o pagano, amico o nemico. Egli è colui che ci scomoda e ci ricorda che non potremo avere pace senza interessarci dell’altro e, anche quando non ci sembrasse immediatamente utile, il tempo farà emergere le conseguenze dell’indifferenza e dell’ingiustizia. Ecco perché il credente ha dei motivi in più per impegnarsi per la pace: l’aver ricevuto tutto da Dio per la sua gloria (e la gloria di Dio è l’uomo che vive), la coscienza che nell’altro si nasconde il nostro fratello Gesù, la consapevolezza che un giorno il vero giudice ci chiederà conto del bene che avremmo potuto e dovuto fare. “È questo un servizio fondamentale che le religioni devono rendere all’umanità sofferente – scrive ancora il Papa – vigilando sul crescente tentativo di trasformare in armi persino i pensieri e le parole…Occorre motivare e sostenere ogni iniziativa spirituale, culturale e politica che tenga viva la speranza, contrastando il diffondersi di «atteggiamenti fatalistici, come se le dinamiche in atto fossero prodotte da anonime forze impersonali e da strutture indipendenti dalla volontà umana»”.  (Ibidem)

Il Giubileo è stato celebrato, ma noi non possiamo rinunciare a questa missione di portatori di speranza,oggi qui ed ora, nella nostra Italia che, secondo il recente rapporto Censis, è spaventata dall’ “Età selvaggia del ferro e fuoco”, dalla logica dei “predatori e prede”, in una crescita vertiginosa dell’indebitamento pubblico e nell’inesorabile invecchiamento della popolazione visto che nascono sempre meno bambini. Dobbiamo forse arrenderci alla logica edonistica di chi, per paura, fugge, si chiude e cerca consolazione nei piaceri della vita? Sarebbe la stessa logica che spinge tanti uomini a considerare la donna come oggetto; al contrario visto che si sta sempre più abbassando l’età media dei responsabili di femminicidi, in una sorta di “disregolazione emotiva”, urge un impegno ad educare alle gestione delle difficoltà, delle frustrazioni e delle sconfitte. Il cristiano restituisce senso alla vita, offre una medicina a questo male, testimoniando Cristo,Colui che è maestro nell’accettare il rifiuto e nel soffrire per amore dando testimonianza di mitezza. Questo potenziale di umanità, che ha suscitato i valori fondanti dell’Occidente deve essere conosciuto dai giovani e perciò presentato e valorizzato. Dobbiamo vivere bene con gli altri ed insegnare alle nuove generazioni come si superano le difficoltà con coraggio, fermezza, pazienza, mitezza e amore secondo le parole dell’Apostolo ai Romani: “17Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. 18Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti. 19Non fatevi giustizia da voi stessi, carissimi, ma lasciate fare all’ira divina… 21Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene”. (Rom 12,17-19.21)

Concludo questo mio intervento con la poesia “Ti auguro tempo” della poetessa tedesca Elli Michler:

Non ti auguro un dono qualsiasi,

ti auguro soltanto quello che i più non hanno.

Ti auguro tempo, per divertirti e per ridere;

se lo impiegherai bene potrai ricavarne qualcosa.

Ti auguro tempo, per il tuo fare e il tuo pensare,

non solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri.

Ti auguro tempo, non per affrettarti a correre,

ma tempo per essere contento.

Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo,

ti auguro tempo perché te ne resti:

tempo per stupirti e tempo per fidarti e non soltanto per guadarlo sull’orologio.

Ti auguro tempo per guardare le stelle

e tempo per crescere, per maturare.

Ti auguro tempo per sperare nuovamente e per amare.

Non ha più senso rimandare.

Ti auguro tempo per trovare te stesso,

per vivere ogni tuo giorno, ogni tua ora come un dono.

Ti auguro tempo anche per perdonare.

Ti auguro di avere tempo, tempo per la vita.

Don Domenico Spagnoli

Parroco

Chiesa Santa Maria Maggiore Vasto

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